Il Sahara occidentale, conosciuto come ex Sahara spagnolo, è l’ultima colonia africana. Si trova nel nord-ovest del continente africano e insieme a Marocco, Mauritania, Algeria, Tunisia e Libia fa parte di quell’insieme di Paesi denominato Maghreb. È un territorio di circa 266.000 Kmq, che confina a nord con il Marocco, a sud con la Mauritania, a est con l’Algeria e a ovest con l’oceano Atlantico. Il suo territorio è prevalentemente desertico e comprende due regioni distinte: il Saquia el-Hamra a nord e il Rio de Oro a sud.

I Saharawi, il popolo del Sahara occidentale, nascono dalla fusione tra le popolazioni locali di lingua berbera e le tribù arabe Ma’qil, che all’inizio dell’XI secolo invadono la parte settentrionale dell’Africa per giungere, verso il XIII secolo, in Sahara occidentale e in Mauritania. L’unione fra tribù arabe e berbere ha dato vita a un popolo musulmano, di lingua araba, con una tipica cultura tribale beduina, dedito alla pastorizia-nomade. La storia più recente del “Popolo del deserto” è strettamente legata alle vicende politiche che discendono dalla fine dell’epoca coloniale in un territorio conteso.

Con risoluzione 1514 (XV) del 14 dicembre 1960*, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite chiede alle potenze coloniali di decolonizzare i territori ancora sotto la loro amministrazione e proclama il diritto all’autodeterminazione dei popoli. Risale al 1966 la richiesta dell’Onu alla Spagna di “procedere all’organizzazione di un referendum, da realizzarsi sotto gli auspici delle Nazioni Unite, al fine di permettere alla popolazione autoctona del territorio di esercitare liberamente il suo diritto all’autodeterminazione”. Il 14 novembre 1975, la firma degli Accordi di Madrid, da parte dei rappresentanti del governo spagnolo, marocchino e mauritano, cambia il corso della storia dei Saharawi. In base agli accordi, la Spagna deve abbandonare il Sahara occidentale ceduto ai due dei Paesi confinanti: il Marocco da nord e la Mauritania da sud. Dozzine di migliaia di rifugiati saharawi intraprendono l’esodo verso la frontiera algerina sotto la pressione dell’esercito marocchino cui si oppone la resistenza armata del Fronte Polisario (Frente popular para la liberación de Saguía el Hamra y Río de Oro) che, il 27 febbraio 1976 proclama la Repubblica Araba Saharawi Democratica.  La Rasd, in esilio, diventerà in seguito membro dell’Unità africana ed è riconosciuta da un’ottantina di Paesi nel mondo.  Da quel momento la popolazione saharawi vive divisa, in parte nei campi di rifugiati in Algeria e in parte nel Sahara occidentale sotto il dominio del Marocco, dopo che la Mauritania nel 1979 si ritira dal conflitto. Tra il 1980 e il 1987 il Marocco adotta la strategia dei muri difensivi, dapprima per circoscrivere le zone economicamente più importanti (la miniera di fosfati di Fos Bucraa e il terminale di Al Aiun), poi per saldare tra loro i diversi baluardi difensivi fino a formare un unico muro, lungo oltre 2.000 km, che attraversa e divide il paese da nord a sud.
Sul piano militare si crea una situazione di stallo che favorisce la mediazione dell’Onu e la conclusione di un accordo (30 agosto 1988) tra Polisario e Marocco. Nel 1990 viene tradotto nel Piano di pace approvato dal Consiglio di sicurezza dell’Onu e, dopo quindici anni di conflitto, nel 1991 Marocco e Fronte Polisario sottoscrivono un accordo per lo svolgimento di un referendum di autodeterminazione, che lascerebbe ai Saharawi la possibilità di scegliere tra indipendenza e annessione al Marocco. Nel mese di settembre dello stesso anno, dopo la proclamazione del cessate il fuoco, ha avvio la Missione delle Nazioni Unite per il Referendum in Sahara Occidentale (MINURSO), con l’incarico di organizzare il referendum, previsto inizialmente nel mese di gennaio 1992. Dal 2001 le Nazioni Unite continuano ad avanzare nuove proposte, ma senza arrivare ad alcun risultato concreto.

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